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Lo zen e gli scacchi.
Questo post è dedicato al magnifico Francesco Depau che da quando ha smesso di cercare l’Arte viene costantemente trovato dall’Arte stessa. Non c’è momento in cui (nonostante la sua sincera ritrosia a fare alcunché che possa essere ricondotto all’Arte) non sia sottoposto alla manifestazione creativa della quintessenza dell’Arte. Insomma, per usare una metafora marziale, è passato dal sen sen no sen (anticipare l’iniziativa), al sen no sen (prendere l’iniziativa) sino al go no sen (cedere l’iniziativa).
Nelle nostre ultime conversazioni ha sempre insistito perchè io scrivessi dello Zen e degli scacchi. La cosa mi mette in grande imbarazzo, come fossi uno di quei monaci a cui il maestro ha affidato un Koan su cui meditare. La filosofia zen mi ha sempre attratto, ma nella mia ricerca interiore ho concluso che lo zen sia un paradosso di cui non si può parlare: è un’esperienza in antitesi con la parola; consapevolezza senza possibilità di condivisione; introspezione senza possibilità di comunicazione.
Prendiamo una partita di scacchi. Ci sono due giocatori, e ci sono due schieramenti. (“Tutti conoscono il suono prodotto da due mani, ma qual’è il suono di una mano sola?” “Tutti conoscono il volto che hanno, ma che volto avevano prima di nascere?” ) La partita è un confronto di idee, quindi una sorta di dialogo tra due interlocutori; ma è un dialogo interiore, dove l’azione non traduce tutta l’attività e la profondità del pensiero di ognuno. Ogni partita è nuova, apparentemente parte da zero, ma qualunque scacchista ha delle partite precedenti che danno la fisionomia di quella corrente. Eppure ad ogni mossa la posizione cambia e cambia il modello di riferimento (finché è possibile) delle partite-repertorio del giocatore.
Secondo Depau (sempre secondo, mai primo):
“Lo Zen è un niente che incrocia un sovrapensiero: centrandolo nei suoi numerosi centri”
Il tutto è un poco di niente… Quello che basta alla gente.
State in testa
agitando la coda









