Mossa d’attesa.

"Mossa d'attesa" omaggio a Samuel Beckett di Francesco Depau

 In questa nuova emblematica opera l’artista Francesco Depau ha voluto omaggiare il grande scrittore irlandese Samuel Beckett, ed in particolare due delle sue opere più famose: Finale di partita (“Fin de partie” in Francese ed “Endgame” in Inglese) ed Aspettando Godot (“En attendant Godot” in Francese e “Waiting for Godot” in Inglese). Il titolo dell’opera è però lo stesso di questo post: “Mossa d’attesa”, ed ora darò al lettore alcune chiavi di interpretazione…

Samuel Beckett è stato un grande appassionato del gioco degli scacchi e l’opera “Finale di partita” ne è una dimostrazione: in essa sono rimasti sulla scena pochissimi personaggi esattamente come nei finali delle partite di scacchi restano in genere pochi pezzi o pedoni. Si può pensare che Hamm rappresenti il Re mentre Clov rappresenterebbe il pedone (che con la sua promozione dovrebbe dare la svolta alla partita). I due personaggi sono i protagonisti assoluti del dramma in un atto, anche se costretti in due bidoni della spazzatura siano presenti anche Nagg e Nell (i vecchi genitori di Hamm).

I due personaggi sembrano, nell’ineluttabilità di una sconfitta in arrivo, in antitesi: Hamm (impossibilitato a stare in piedi e ridotto su una sedia) vuole restare fermo, Clov (che invece non riesce a sedersi) vorrebbe sempre andare… (com’è appunto nella natura del pedone). Simbolicamente è la dialettica di una classe che vive di una rendita di posizione e tende a conservarla (Hamm); per contro c’è una classe che vorrebbe superare questi privilegi con la propria azione e lotta. Il risultato è l’inerzia che sembra ripercorrere i corsi e ricorsi storici, come anche le numerose partite di scacchi finite tutte nello stesso modo, ma che sono il preludio di prossime partite.

Simile è lo svolgimento del più celebre lavoro di Beckett, “Aspettando Godot” dove una delle frasi più significative dei due personaggi che attendono il “fantomatico” Godot è “Allora che si fa? Andiamo?” “Sì andiamocene” E la voce recitante informa il pubblico (Ma non si muovono). Anche qui sembriamo in presenza di un momento di Zugzwang (condizione particolare in cui ogni mossa può peggiorare la posizione) e dove la vittoria arride a chi ha saputo fare in anticipo una “mossa d’attesa” costringendo l’avversario ad eseguire la mossa che rompe l’equilibrio a suo svantaggio.

Fantasia!

Nell’immaginario comune gli scacchi sono associati ad un “rompicapo” di pazienza e dove la seriosità e il rigore debbano regnare sovrani. Chi venisse con me un giovedì all’ottavo circolo di Sassari (plessi di via Genova e via Civitavecchia) si ricrederebbe non poco. Questo sia per la vivacità dei bambini, che demolirebbe subito lo stereotipo di un gioco fatto nell’assoluto silenzio, sia per la loro propensione alla fantasia e alla creatività.

Da tempo ho imparato che a scuola, a differenza che nella sede del Circolo scacchistico, si debba assecondare le variazioni sul tema tanto care ai bambini (ma anche ai ragazzi più grandi delle scuole medie): come giochi eterodossi o divagazioni sui protagonisti della partita. Così ora non mi “scandalizzo” più per le personalizzazioni delle scacchiere o sull’utilizzo improprio dei pezzi; non mi stupisco più delle evoluzioni fantastiche dei loro resoconti delle partite vive e resto sempre più ammirato per la loro ricerca di nuovi mezzi di espressione.

Forse questa libertà è un altro merito del mio metodo ideografico, che facendo molto uso delle immagini sulla scacchiera, nelle carte e nei proverbi, invita i bambini ad essere originali nell’invenzione di proprie situazioni di rappresentazione. Questo giovedì la mia giornata è stata caratterizzata da una lezione particolare: ho preparato un album con una trentina di proverbi illustrati (con clipart tratte da Internet) che riassumono molti principi generali e anche regole di contegno. I bambini si sono molto divertiti e come già detto sono stati stimolati a crearne di propri (ancora una volta un gruppetto della terza di Domenica Mura ha lavorato sodo in tal senso!).

Avana!

Che Guevara

"Avana!" di Francesco Depau

 

In questa fantastica opera di Francesco Depau, intitolata “Avana!” e non a caso su una sfumatura dell’omonimo colore, si vede il mitico guerrigliero Ernesto “Che” Guevara che osserva dei pezzi di scacchi mentre è intento a fumare, appunto, un sigaro Avana. La semplicità della scena non inganni: “Che” Guevara è sempre stato un appassionato amatore degli scacchi e fu convinto sostenitore che questo gioco potesse rappresentare un mezzo per l’educazione dei giovani. Ma in questo disegno la figura di Guevara in posizione mediana tra l’elemento voluttuario ed aleatorio (il sigaro con le spire di fumo alla sua destra) e lo sguardo, sognante, rivolto con sprezzo alla gerarchia sociale (alla sua sinistra): dal Re all’umile pedone, dove sembra soffermarsi la simpatia del grande rivoluzionario.

Un po’ come dire: la suddivisione della società in rigide classi, dove quelle più altolocate (Re e Regina) rappresentano l’usurpazione delle risorse del Popolo, deve essere un pungolo per il superamento delle diseguaglianze e la lotta di classe contro la tirannia dei potenti un mezzo di progresso dell’umanità. Un sogno, come dicevo,  che esce di scena insieme alle volute eteree di un sigaro Avana!

Sebastiano Paulesu

Il treno non si ferma…

Lunedì mattina ho incontrato i bambini della scuola dell’infanzia di Litterai ad Ossi, che a causa della chiusura di molte scuole per l’impegno referendario erano molto pochi. Allora abbiamo sperimentato qualche gioco coinvolgendo anche gli altri bambini, di 3 e 4 anni, alle attività di psicomotricità. Naturalmente ho proposto loro dei giochi che consentissero ai bambini di 5 anni di fare loro da guida. Il primo gioco proposto è stato quello del “trenino”: tutti i bambini dovevano accodarsi a Carlo, al quale ho dato una Torre bianca da portare sopra la testa per guidare la locomotiva. Dopo qualche giro di prova ho fatto staccare due “vagoni” e li ho fatti sistemare al centro, ognuno con un Alfiere in mano ed ho dato loro la consegna di seguire una strada in diagonale saltando su un piede solo e cercando di andare a toccare qualche bambino del trenino in corsa sul perimetro (movimento della Torre).

Dopo questo gioco ho fatto fare ai bambini il classico gioco da strada del paradiso, con la sola disposizione di andare sulle case scure con un solo piede e su quelle chiare con due piedi. Anche in questo caso i bambini dovevano seguire dei percorsi sino a giungere sulle case dove avevo collocato le Torri giganti. Dopo qualche turno ho consentito che due bambini partissero dagli angoli lontani opposti e contemporaneamente cercassero di portarsi per primi in corrispondenza delle case dove erano situate le Torri.

Dopo questi giochi di movimento abbiamo salutato i bambini di 3 e 4 anni e siamo andati in classe per fare il gioco di costruzione della scacchiera. Ho distribuiito ai bambini, un po’ ciascuno, 64 adesivi (metà bianchi e metà neri) coi quali dovevano cercare di costruire su un banco esagonale una scacchiera.
Ho spiegato ai bambini che dovevano cercare di lavorare insieme, perché avrebbero avuto bisogno ognuno dei pezzi dell’altro e dovevano cercare di non mettere due colori uno attaccato all’altro.

Così li ho lasciati sperimentare mentre io fotografavo il loro lavoro che, avvantaggiati dal fatto che erano solo in sei, è andato avanti molto bene. Pur tuttavia non era affatto facile arrivare a costruire una scacchiera, così ho dato altre indicazioni ed i bambini hanno migliorato tantissimo. Alla fine ho dato loro il compito di spiegare ai compagni assenti il lavoro di costruzione della scacchiera, facendo attenzione di contare esattamente 8 adesivi in ogni lato e cercando di non mettere mai due colori uguali vicini. Abbiamo individuato un banco non utilizzato e abbiamo mostrato come deve essere una scacchiera: ho costruito personalmente il perimetro e poi ho chiamato uno per volta i bambini e gli ho fatto completare lo schema.

Scacchi e creatività.

Da qualche tempo la mia abitudine di commentare le partite dei bambini coi miei proverbi scacchistici sta facendo proseliti: oltre ai bambini della terza di via Forlanini (che ormai stanno diventando poeti “in erba”), ora anche i miei allievi di Osilo si stanno lanciando nel trovare rime. La scorsa settimana Tiziano Federici ne ha sfoderato una niente male: “Se la Torre non ce l’hai, l’arrocco non lo fai!”.

Ma il motivo del presente post è la piacevole sorpresa ricevuta da un bambino della classe di Domenica Mura in via Genova, Giulio Marras, che non solo è in grado di inventarsene facilmente uno ogni 5 minuti, ma ci disegna pure dei fumetti: insomma è ancora più creativo di me!
Così per gratificarlo voglio dedicare ai suoi lavori questo mio post, pubblicando alcuni dei suoi proverbi creati sotto i miei occhi giovedì scorso. Oltre ad averli letti a tutta la classe che ha apprezzato molto la bravura di Giulio li ho fotografati e gli ho dato qualche consiglio, soprattutto a beneficio di alcuni suoi compagni che si sono subito associati per trovarne degli altri.

Questa è la dimostrazione del grado di coinvolgimento anche nell’aria umanistica, oltre quella logico-matematica, che gli scacchi possono sviluppare naturalmente: infatti nessuna richiesta in tal senso era stata fatta né ai bambini di Osilo, né a questi altri di via Genova.